Il calcio italiano e cinese visto dalla Cina: il sogno di Cao.

Si parla sempre più spesso di giovani ragazzi italiani che partono alla volta della Cina alla ricerca di fortuna, o perlomeno, di condizioni lavorative migliori. Questo flusso ha cominciato recentemente a riguardare anche giovani allenatori italiani che decisi a vivere il loro sogno calcistico, hanno pensato bene di partire per la RPC andando ad allenare in squadre o scuole cinesi. Ve ne abbiamo raccontati parecchi: da Gabriele Gervasi a Dimitro Ostorero, da Saverio Ruffrano a molti altri. Oggi trattiamo un argomento ancora poco battuto ma che invece dovrebbe stare al centro del dibattito sullo sviluppo calcistico cinese: quanti ragazzi cinesi sono partiti per Paesi calcisticamente più avanzati, alla ricerca della formazione e dell’esperienza utile per raggiungere i loro sogni di gloria in ambito calcistico?
Questa intervista nasce proprio dall’idea che, per dirlo con parole di Giovanni Andornino (ricercatore e docente di Relazioni internazionali dell’Asia orientale presso l’Università di Torino):

<<C’è ancora poca conoscenza del mondo cinese.
Quindi oggi, più che mai, c’è la necessità di
fresh cultural keys* che vadano a colmare tale gap>>

*Fresh cultural keys (letteralmente fresche chiavi di lettura culturali) sono da intendentesi come strumenti di comprensione reciproca che derivano da una maggiore familiarità tra le due culture, quindi senz’altro anche la dimensione sportiva, che è un ottimo ponte.

Ecco qui in breve il punto di vista di Cao sullo sviluppo calcistico cinese, sull’eccellenza calcistica italiana e le sue prospettive future.

In breve la tua storia: cosa facevi in Cina e perché l’Italia? Dove nasce la tua passione per il calcio?

Mi chiamo Cao Tiantong e sono nato a Hanzhong, una piccola città nel nord della Cina il 27 agosto 1988. A 12 anni mi sono trasferito a Shenzhen con la mia famiglia. Lì ho frequentato la scuola media e la scuola superiore, mi sono laureato in lingua francese in una delle università della città e,  dopo la laurea, ho cominciato subito a lavorare come interprete in un’agenzia di moda per 5 anni.
Nonostante il lavoro andasse bene, sentivo che la mia strada era altrove. Dopo questi 5 anni di lavoro decisi che dovevo dare una svolta alla mia vita: ho messo insieme i soldi necessari ed è partita la mia avventura.

Decisi di venire in Italia. Le motivazioni? Molto semplicemente, quando ero piccolo, sono stato fortemente influenzato dal calcio italiano, soprattutto durante gli anni 90, quando il campionato italiano e il campionato tedesco erano gli unici due campionati trasmessi in Cina. A quel tempo le squadre italiane dominavano l’Europa e mi ricordo che ogni domenica sera guardavo la partita con mio padre. Poi, il lunedì a scuola, ne parlavo con tutti i compagni di classe. In quel periodo, nelle scuole della mia città, era molto comune vedere ragazzi con addosso le magliette da gioco di Juve, Milan, Inter, Lazio come anche di altre. Il regalo più bello per un giovane ragazzo della mia età era quello di ricevere una maglia di una squadra italiana.

Spinto da questa passione per il calcio e dal fervore intorno a questo tema, prima di venire in Italia, andai a Pechino a frequentare un corso di 4 mesi di lingua italiana, e nel frattempo, feci domanda per un visto di studio. Il 31 agosto 2014 arrivai finalmente a Roma e dopo qualche giorno superai l’esame di ammissione dell’IUSM, diventando il primo studente cinese di questa università.

Qual è la tua opinione sul calcio cinese?Perché la Cina non riesce ad imporsi nel mondo del calcio come già sta facendo in molti altri settori?E cosa ci dici della cultura calcistica e della cultura sportiva in Cina?

In Cina, secondo me, non manca il gusto per il calcio, specialmente se italiano. Probabilmente, se chiedessimo ad un cinese se conosce la  “Reggina”, la “Salernitana” o “Hubner” o “Marazzina”, ci stupiremmo di scoprire che li conosce. Ciò che invece manca in Cina è la pratica del gioco calcio: il calcio è prima di tutto un gioco, prima che una “chiacchera da bar”. Tutti sanno, o almeno dovrebbero saperlo in linea teorica, che la passione è il motore del calcio; il mondo del pallone è un centro di interesse fortissimo per la popolazione, è uno sport che favorisce l’amicizia e aiuta a mantenere un fisico sano oltre che il buon umore. In Cina però non esiste questa tradizione: non c’erano (e continuano a non esserci) campi sufficienti nelle città soprattutto per uno semplice da parte dei bambini e dei ragazzi, che non hanno tempo per giocare, schiacciati dalle pressioni scolastiche e famigliari.

Adesso, grazie alla politica, tutto sta cambiando. Per questo, in questo settore, esiste un’opportunità enorme per coloro i quali hanno già maturato un’esperienza avanzata di calcio: sto ovviamente parlando di italiani, spagnoli, tedeschi e brasiliani. Oggi in Cina ci sono già migliaia di scuole di calcio, ma è ancora difficile trovare una cultura del calcio simile a quella italiana. In Cina ci sono ancora molti ragazzi che praticano calcio in maniera del tutto inadeguata: spesso senza sfilarsi di dosso i jeans, o allenandosi 40 minuti senza toccare il pallone, o, cosa assai interessante, decidono di partecipare agli allenamenti solo per ricevere punti extra agli esami scolastici. Questo non è calcio. Secondo il mio punto di vista, gli allenatori italiani sarebbero le persone giuste per cambiare questa situazione, portando in Cina il vero concetto di calcio, facendo cioè capire che non basta conoscere il nome di Lionel Messi e Cristiano Ronaldo per essere degli esperti, ma facendo trovare ai ragazzi cinesi la motivazione giusta per giocare, tirando fuori loro la passione. Come i ragazzi italiani, anche i ragazzi cinesi potrebbero prepararsi adeguatamente per un allenamento, vestendo abiti professionali, facendo la doccia tutti insieme nello spogliatoio chiacchierando o raccontando una barzelletta. Dunque, secondo me, in Cina, manca un vero ambiente dedicato al calcio: anche io sono dovuto venire in Italia per comprenderlo.

Qual è l’impressione di un tifoso cinese di calcio della cultura calcistica italiana?

Questi 4 anni di vita in Italia mi hanno dato l’impressione di una cultura calcistica italiana oserei dire perfetta. In Italia, il club della città è tutto. Durante una partita possiamo sentire le urla non solo allo stadio ma ad ogni angolo della città. Non soltanto il Roma Store ma anche le tabaccherie vendono i souvenir della Roma. Quando facevo il tirocinio in una scuola di calcio, ero stupito nel vedere l’organizzazione societaria, gli spogliatoi per i ragazzi, per gli allenatori, tutti con la stessa divisa. E mi colpì la grande passione che i ragazzi ci mettevano nell’allenamento, e gli insegnamento degli allenatori italiani, con la loro capacità di infondere un forte senso di responsabilità. Tutto questo mi ha fatto comprendere la cultura calcistica italiana.
Purtroppo quest’estate, al mondiale di Russia, non c’erano gli azzurri, ma il risultato della nazionale non riflette tutto ciò che c’è ancora di buono nel sistema-calcio italiano: l’Italia sicuramente è ancora nella stretta cerchia delle migliori nazionali al mondo. I calcio italiano continua a sfornare allenatori di successo, il campionato italiano è ancora oggi il più difficile nel mondo, e la passione per questo sport è destinata ad esistere sempre nel Bel Paese.

Ci racconti le tue esperienze nel mondo calcistico italiano e cinese?

Questa estate, tra il 2 luglio e il 15 luglio, ho avuto l’immensa fortuna di partecipare ad un incredibile evento che ha dato la possibilità a 3 giovani giocatori U17 cinesi di allenarsi in Italia per due settimane, sotto la guida di 3 allenatori professionisti: Marco Marchi,coordinatore e responsabile dell’evento, Corrado Buonagrazia e il preparatore atletico Jacopo Di Vanno. Io ho lavorato come interprete, e ho imparato tantissimo da questa esperienza. Il progetto di allenamento di queste due settimane è stato di altissimo livello, personalizzato e programmato nei minimi dettagli. Gli obiettivi in questo caso erano diversi: prima di tutto c’è stata un’attenta analisi dei giocatori in modo da andare a lavorare sui loro punti deboli; contemporaneamente ha rappresentato la perfetta occasione per realizzare un film-documentario sponsorizzato dal finanziatore del progetto (a settembre la sua uscita). Durante il mio lavoro, ho trovato che da un punto di vista tecnico e tattico i 3 ragazzi hanno evidenziato miglioramenti molto importanti, mentre è l’aspetto mentale a segnare le problematiche più importanti:  probabilmente il tempo a disposizione non era sufficiente per comprendere questo aspetto così fondamentale nel calcio moderno, ma una cosa anche a loro è sembrata subito chiara ovvero la differenza tra l’allenamento in Italia e quello che erano soliti vivere in Cina. Sono tornati a casa convinti che per diventare calciatori di successo ci si debba concentrare sui dettagli e che una seduta di allenamento ben fatta sia ben migliore di cento fatte senza concentrazione.

Io non ho esperienza da giocatore o allenatore di calcio: in Cina il calcio professionistico è un circolo ristretto e lontano dalla realtà sociale. Per esempio, se un bambino cinese decide di giocare a calcio e il suo sogno è di entrare in un club professionistico, prima deve ovviamente superare la selezione della squadra giovanile, poi una volta entrato, deve abbandonare gli studi di una normale scuola e cominciare una vita “speciale”: affronterà un programma di allenamento pesantissimo (come monte ore e dispendio di energie) di lungo periodo, abbandonando la possibilità di frequentare le scuole migliori e potersi garantire un futuro lavorativo roseo.
Allo stesso tempo il calcio dilettantistico in Cina è mal organizzato: non ci sono dei campionati di categoria, e i ragazzi che si allenano nelle scuole di calcio dilettantistiche partecipano solo per “passatempo” o per facilitare la loro ammissione ad una buona scuola superiore o di una università di alto livello.

Secondo me il calcio cinese solo adesso sta cambiando: sta evolvendosi molto sotto l’impulso del governo che sta cercando la migliore strada per il suo sviluppo. Sicuramente un passo decisivo sarà quello di aprirsi ulteriormente al resto del mondo e, nel mio piccolo, voglio farmi trovare pronto e presente per questa incredibile occasione che può favorire tantissimo i rapporti tra Italia e Cina.
Un ultimo accenno ai cambiamenti in atto. La cultura tradizionale cinese si potrebbe definire  introversa: si è sempre alla ricerca di un equilibrio interiore ed esteriore. Tuttavia, dopo tanti anni in cui anche la società cinese è stata influenzata dall’Occidente, ora anche la cultura dominante in Cina sta cambiando: i giovani sono più aperti, sanno di doversi confrontare con i ragazzi italiani e nonostante la timidezza che spesso contraddistingue i ragazzi cinesi, sono pronti a farsi avanti.

Infine un saluto e un ringraziamento a calcio8cina.it e un in bocca al lupo per il grande lavoro di informazione che state facendo su questo argomento: penso sia già una piattaforma perfetta per chi vuole conoscere il calcio cinese. Grazie mille per questa occasione che mi avete dato per esprimere le mie opinioni; spero che il vostro blog possa diventare un ponte per gli italiani che desiderano avvicinarsi e conoscere di più la Cina, convinto che questo possa avvenire in maniera miglior e più veloce attraverso il terreno comune del calcio.