L’ultimo episodio della serie di South Park (stagione 23 ep02) a pochi giorni dalla sua uscita si è rivelato essere di estrema attualità. ‘Band in Cina’ si svolge su due filoni narrativi che convergono entrambi nella pesante censura protratta dalle autorità cinesi. Da una parte il gruppo dei ragazzini, guidati da Stan Marsh, leader della metal band di South Park, dopo un’esibizione Live vengono contattati da un agente discografico che vorrebbe realizzare una biopic della band.

Le riprese però non vanno per il verso giusto, dato che la sceneggiatura viene continuamente rivista per essere in linea con i principi morali della censura cinese. In Cina invece vola Randy Marsh, il padre di Stan, il quale vorrebbe aprirsi una fetta di mercato nella RPC vendendo marijuana. Lo sprovveduto viene immediatamente arrestato all’areoporto e sbattuto in galera dove incontra… Winnie the Pooh.

Che ci crediate o meno, Winnie The Pooh è una minaccia per il governo cinese. L’orsacchiotto della Disney è apparso sin dal 2013 in vari meme circolanti sul web cinese, il personaggio della Disney è stato spesso associato a Xi Jinping per una somiglianza ironica nell’espressione del viso. Il susseguirsi di meme non è passato di certo inosservato alle autorità cinesi, che nel 2018 hanno deciso di prendere provvedimenti proibendo al film Christopher Robin (con Winnie The Pooh) di essere distribuito in Cina.

La Cina sta  attraversando una fase di nazionalismo alquanto bigotto e questo atteggiamento lo abbiamo riscontrato da un anno e mezzo a questa parte anche nel calcio, dove i calciatori delle varie rappresentative nazionali, sono costretti a coprirsi i tatuaggi durante le partite. Un provvedimento quantomai assurdo a livello delle nazionali sportive nel mondo arabo costrette a giocare con il velo. Eppure la Cina è diventato proprio questo, un paese nel quale devono prevalere dei principi morali molto restrittivi che vanno contro qualsiasi tipo di buon senso.

Guardiamo anche alle foto di presentazione della nazionale cinese prima della Coppa d’Asia del 2019. Fra calciatori e staff, tutti vestiti da Ermenegildo Zenga, nessuno ha tatuaggi, nemmeno sul collo di Zhang Linpeng, il calciatore più tatuato di Cina. Tutti i tatuaggi sono stati prontamente eliminati tramite photoshop, così come nelle foto dei singoli calciatori.

Spostandoci nell’ambito della moda, lo scorso anno Dolce&Gabbana è stato completamente bandito dalla Cina. Il celebre brand di abbigliamento italiano era stato accusato di ‘razzismo’ per uno spot di presentazione in vista di una sfilata di moda a Shanghai per la presentazione di una nuova linea d’abbigliamento. Lo spot, era certamente di cattivo gusto (una modella cinese cercava senza fortune di mangiare cibo italiano con le bacchette con varie frasi di una voce in secondo piano con doppi sensi spinti), ma lungi dall’essere considerato razzista.

Eppure si è scatenato un caso a livello nazionale, declinato nel famoso screenshoot postato su internet, nel quale lo stilista Stefano Gabbana critica pesantemente il popolo cinese. Censura e divieto dal mercato cinese decisamente giusto in questo caso, partito però da un episodio che ha scatenato più animi negativi del dovuto.

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Recentemente anche il brand Versace è stato costretto a ‘distruggere’ una linea di maglie immesse sul mercato cinese. L’opinione pubblica infatti ha accusato Versace di attentare alla sovranità nazionale cinese dato che nella T-Shirt con i nomi delle varie città e stati, Hong Kong e Macau non erano considerate essere parte della Cina. La stessa Donatella Versace si è poi pubblicamente scusata su Instagram dato che sui social media cinesi la polemica aveva raggiunto toni alquanto pesanti, che facevano presagire un destino simile a quello di Dolce&Gabbana.

Passiamo invece alla cinematografia: il film Bohemian Rapsody, sulla vita di Freddy Mercury, è stato distribuito in Cina senza alcuna scena di sesso. Il risultato? Film completamente rovinato nel quale l’andamento della storia e la sua comprensione sono stati compromessi.  In Cina la comunità Lgbt gode di pochissimi diritti, solo nel 2017 sono state riconosciute coppie dello stesso sesso, ma per loro il matrimonio è ancora proibito.

Torniamo ora allo sport, con la recentissima bufera che riguarda il mondo dell’NBA. Tutto è partito dal General Manager degli Houston Rockets, Daryl Morey, che sul proprio profilo twitter ha postato (per poi rimuoverlo dopo un’ora), un messaggio in favore delle manifestazioni vigenti ad Hong Kong, dove vige uno stato di polizia.

Le conseguenze sono state drammatiche: come riportato da Titan Sports Plus 9 dei 25 partner cinesi dell’NBA hanno interrotto qualsiasi tipo di cooperazione, fra cui Tencent e Cctv, con cui era in vigore un contratto televisivo da 1.5 miliardi di dollari fino al 2025. Gli Houston Rockets sono invece spariti da qualsiasi piattaforma, sia su Taobao (il principale sito di e-commerce cinese) che nel sito cinese della Nike.

Un semplice tweet ha scatenato un dibattito globale, anticipato qualche giorno prima da South Park: è giusto rinunciare alla libertà di parola per favorire il rapporto con il mercato cinese?

L’NBA il giorno stesso che si è scatenato il caso mediatico ha pubblicato un comunicato, nel quale, nella versione in inglese, si evidenziava come il GM degli Houston Rockets avesse offeso il popolo cinese, considerando questo un atto deplorevole. Nella versione cinese del comunicato invece, l’NBA si è detta estremamente delusa dalla dichiarazione inappropriata di Morey, la quale senza dubbio ha gravemente ferito i sentimenti dei fan cinesi.

Nel proprio messaggio pubblicato su Facebook, il neo proprietario dei Brooklyn Nets, il cinese Joe Tsai, cofondatore di Alibaba, ha dichiarato che la libertà d’espressione non dovrebbe intaccare là sovranità di un paese, ma in tal senso omette che la Cina ha oramai compromesso la regola de ‘Un paese, due sistemi’ che garantiva libertà ad Hong Kong. Il post di Tsai è infarcito della morale dell’umiliazione nazionale, che la Cina ha subito prima per mano degli inglesi, con la Guerra dell’Oppio, e successivamente nella seconda guerra mondiale dei giapponesi, segno di come la Cina non sia riuscita a fare un passo in avanti per l’alleviamento dei rancori del passato, che vengono anzi costantemente alimentati per fini nazionalistici.

Tutt’altra invece la posizione i Adam Silver, il commissario dell’NBA, che ha difeso la libertà d’espressione di Morey (andando per certi versi contro il primo comunicato della National Basketball Association). La presa di posizione di Adam ha ulteriormente inasprito i rapporti con la Cina: la CCTV ha subito annunciato lo stop a qualsiasi tipo di cooperazione con l’NBA, ma il peggio avviene sul web cinese, dove gruppi di imbecilli (perchè solo così possono essere definiti), hanno celebrato l’attentato dell’11 settembre.

Ci sentiamo di dire che la Cina, purtroppo, con questa diatriba ha oramai compromesso la propria immagine a livello internazionale. Un paese fantastico, pieno di cultura e aspetti da scoprire, resosi protagonista di una crescita economica senza eguali, avanguardia dell’innovazione tecnologica… ma completamente incapace di gestire gli affari internazionali, reagendo in modo spropositato ogni volta che se ne presenta l’occasione. Alcuni anni fa si parlava di cooperazione lungo la via della seta, di crescita armonica fra i paesi; ora la Cina sembra aver gettato alle ortiche tutti questi propositi e la politica del soft power, con la quale stava cercando di ricostruire la propria immagine, oramai rovinata.

Se ve lo stavate chiedendo si, la Cina ha censurato anche South Park, ma i creatori del cartone animato, non hanno ceduto di un centimetro, pubblicando un messaggio di false scuse: “Come l’NBA accogliamo la censura cinese nelle nostre case e nei nostri cuori.”

 

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