La seconda parte della nostra inchiesta nella quale analizziamo i motivi per cui il calcio in Cina non nasce come movimento spontaneo nelle strade.

Nella prima parte attraverso un viaggio fotografico abbiamo visto che a discapito di quanto si usa dire, anche in una città ultra congestionata come Pechino vi sono innumerevoli spazi nei quali poter improvvisare partite di calcio, quali cortili nelle comunità di edifici, parchi, piazzali ecc… ma questi non vengono utilizzati. In questa seconda parte ci focalizzeremo invece in quello che è il rapporto fra i giovani studenti e le strutture scolastiche.

La Cina non è un paese per giovani calciatori (Prima Parte)

La scuola cinese

La mia ricerca sugli spazi aperti nella prima parte dell’articolo, si è focalizzata sul weekend, perchè durante la settimana so che è impossibile trovare bambini che svolgono attività all’aperto: la scuola primaria infatti finisce alle 16:30 in Cina e dopo l’orario delle Lezioni i bambini vengono coinvolti in ulteriori attività extracurriculari (fra cui sportive) oppure si fiondano a capofitto nello studio.

Sempre in un fine settimana, mi sono recato nel centro assistenza Huawei, vicino casa mia, dovendo aspettare una mezzora per la riparazione, mi sono diretto al secondo piano della struttura, dove si trovavano vari training center, ovvero luoghi di attività extracurriculari, attivi sopratutto nel weekend, per l’insegnamento della lingua inglese, oppure arti marziali (nello specifico i ragazzini facevano Tae Kwon Do), oppure corsi di batteria, e di danza Hip pop. In questo piano rumoroso e pieno di competizione, mentre i bambini erano impegnati nelle lezioni i genitori aspettavano fuori dalle stanze, cercando di fotografare o fare video delle attività svolte. Dunque, perchè non esiste il calcio da strada in Cina? In primis, per il fatto che la cultura calcistica è ancora estremamente debole, poi, molti ragazzi della classe media, sopratutto in età di scuola primaria, sono impegnati in ulteriori attività educative nel fine settimana.

Il fatto che i bambini in Cina non hanno tempo libero da dedicare a quello che veramente gli piace, non è affatto un’esagerazione: ‘Già dall’asilo sono impegnati in attività tutto il giorno – sostiene un insegnate di inglese in un asilo privato, il quale ha preferito mantenere il proprio anonimato. – Ho avuto molte diffcoltà a stabilire il giorno di lezioni extra di inglese per una bambina, dato che la madre di questa (cinque anni), l’aveva iscritta anche a corsi di danza e di basket.’ Il costo dell’educazione è altissimo, sopratutto nelle grandi città ‘I genitori già dall’asilo arrivano a pagare fino a 700 euro al mese, e considera che il mio non è un asilo eccellente e in una zona centrale. Ma è tutto molto aleatorio: attraggono i genitori sopratutto per il fatto di avere un insegnante di inglese, ma non sono nemmeno un madrelingua! Non ho nessuna certificazione per l’insegnamento… Sono solo un ragazzo bianco che ha detto va bhe, proviamoci, magari va bene… in fin dei conti qua si basa tutto sull’apparenza.’

 

Il calcio nelle scuole

Secondo quanto stabilito dalla riforma governativa, il calcio, come programma di insegnamento, è stato introdotto il oltre 20.000 scuole fra primarie, medie e superiori e l’intenzione è di arrivare a 50.000 istituti entro il 2025. Non esistendo dunque una cultura calcistica a livello di base, le autorità governative e sportive hanno pensato di introdurre il calcio come materia scolastica, il che sicuramente porterà alla creazione di un contesto migliore rispetto ad alcuni anni fa, ma risulta essere chiara una differenza netta rispetto all’Italia. Nel nostro paese vi è una sostanziale differenza fra scuola pubblica e scuola calcio, sono due enti distinti e ben separati: per tradurre il tutto in maniera molto banale, per i bambini italiani la scuola è il dovere, mentre il calcio un hobby. In Cina invece, all’apparenza non vi è alcuna distinzione rendendo dunque difficile la maturazione di una passione per questo sport se non veicolato nel giusto modo.

Parlando di apparenze, lo scorso anno ho assistito all’inaugurazione di un torneo giovanile riservato ad alcune scuole primarie di Pechino nel weekend (bambini dai 6 ai 9 anni). Il contesto era decisamente diverso da quello italiano, maggiormente istituzionale ed ufficiale. Il calcio d’inizio delle partite è stato preceduto da una cerimonia della durata di oltre un’ora nella quale sono stati presentati gli sponsor e gli enti promotori dell’evento, quasi come se la giornata fosse per loro e non per i bambini. Dopo una lunga attesa, le squadre hanno fatto ingresso nei rispettivi campi e mi ha stupito il fatto che la partita è vissuta in maniera diversa. In Italia, ho avuto modo di allenare le categorie Pulcini durante il mio periodo univesitario, ed i giovani calciatori sono responsabili dell’arbitraggio in campo, inoltre i confronti sono partite da tre tempi nei quali in ognuno di questi si riparte dal punteggio di 0-0 (si contano i set vinti). In Cina invece i bambini sono stati accompagnati in campo da arbitri adulti e a brodo campo vi erano delle postazioni con lo staff del torneo responsabile del tabellino del match e di segnare gli eventuali marcatori.

Ma in realtà, come è svolta l’attività calcistica nelle scuole cinesi? Analizziamo vari punti di vista

Andrea Bisceglia, uno dei fondatori di Calcio8Cina, negli anni scorsi, durante il suo soggiorno in Cina, ha collaborato con una società di promozione dello sport ad Hangzhou, capitale della provincia dello Zhejiang, una delle città più ricche del paese, situata sulla costa est. La società con cui lavorava Andrea, collaborava sia con le scuole durante la settimana, durante l’ora di Educazione Fisica, ed offriva corsi extra nel weekend. “Difficilmente il bambino di sua spontanea volontà decide di giocare a calcio, perchè molti non lo vedono alla televisione o non sanno cosa sia- racconta Andrea – dunque sono i genitori a giocare un ruolo chiave. Il nostro progetto aveva avuto successo per due motivi: in primis erano i primi istanti della riforma, dunque i genitori volevano provare questa nuova attività sportiva, non intesa come calcio in se, ma come sport. L’ulteriore novità era rappresentata dal fatto che io sono uno straniero, dunque oltre a portare una componente ludica avevo il vantaggio di poter fare lezione in inglese. Anche se so parlare il cinese per i genitori e la scuola era importante che io parlassi in inglese. Sono sicuro che l’aspetto ludico abbinato all’inglese sia stata la chiave del successo”.

Cederique Telluners è stato match analyst allo Sichuan Jiuniu e precedentemente ha lavorato in alcune scuole che offrivano programmi calcistici a Pechino. A detta del tecnico belga, lavorare nelle scuole pubbliche significa che uno (magari due) allenatori devono dirigere una lezione da 45 minuti per un gruppo che può variare dai 30 ai 50 bambini, in un campo che se va bene è adatto per l’8vs8, dunque la pratica calcistica è ancora molto rudimentale e da affinare: “Una volta ho assistito a quest’episodio, alcuni bambini si allenavano in un campo da calcio, e in una porzione di questo si teneva contemporaneamente anche l’allenamento di baseball. Il portiere parava la pallina da baseball mentre il battitore si vedeva ricevere il pallone da calcio. E’ stato bizzarro”.

Nonostante una situazione di partenza molto arretrata, Brendon Chemers, editor di wildeastfootball.net, che vive in Cina da oltre dieci anni, osservando lo sviluppo del calcio locale, si mostra ottimista: “Considera che prima lo sviluppo del calcio giovanile era pari a zero, ora i club professionistici per iscriversi al campionato sono costretti ad avere rappresentative dall’U11 all’U19, quindi sono costretti ad investire e ad essere maggiormente presenti nella comunità. Credo che le cose possano solo che migliorare, ma naturalmente ci vorrà molto tempo”.

 

Le Academy Private

Da quando è stata emanata la riforma sul calcio cinese nel 2015, sono sorte innumerevoli academy straniere nelle principali metropoli cinesi. Ma come funziona esattamente questo modello che riscuote grande successo in Cina? Lo scorso dicembre abbiamo riportato l’esempio delle Five Star Sports (FSS), un’academy privata (di calcio e Basket) che lavora principalmente nelle scuole, fra Guangdong e Shenzhen.

Lo scorso  30 e 31 dicembre, la FSS organizzerà due giorni di clinics alla International Schools of Beijing dal titolo ‘I am Mbappe’. Nella descrizione dell’evento veniva sottolineato come quei due giorni ai bambini dai 4 ai 12 anni venivano offerte lezioni per imitare lo stile di gioco e i trick del calciatore francese del Paris Saint Germain. I prezzi per tale sessione erano  alquanto esorbitanti: per il gruppo dai 4 ai 7 anni, la quota era fissata a 448rmb (57 euro), mentre per quelli dagli 8 ai 12 anni a 748rmb (95 euro). I dati sono reperiti dall’account wechat della Five Stars Sport.

Risulta evidente come l’intera operazione sia assolutamente ai limiti del deleterio:  la FSS è una Academy qualunque senza alcun brand che ha cercato di farsi pubblicità attraverso il nome di Kylian Mbappe, la cui notorietà in Cina è esplosa dopo il Mondiale. Il target di questi eventi sono i figli di cinesi benestanti: ecco anche uno dei motivo per i quali i bambini non giocano negli spazi aperti, i genitori preferirebbero iscrivere il proprio figlio ad un corso calcistico post scolastico, con allenatori stranieri, campi da calcio veri ed attrezzature, in modo da rendere il tutto ufficiale e poter iscrivere l’evento nelle attività annuali e condividerlo sui momenti di wechat (il social media maggiormente in voga).

In Cina, oltre alle academy private come la FSS, vi sono anche quelle dei club europei, con scuole targate Inter, Barcellona, Juventus, Liverpool, Bayern Monaco ecc… il club nerazzurro ha istituito cinque academy in Cina (Pechino, Shanghai, Nanchino, Chengdu e Shnyang), e lo scorso anno i media italiani hanno parlato di ‘Modello Inter-Suning’ approvato dal governo cinese per lo sviluppo del calcio cinese… ma come anche in questo caso, qual’è la realtà?

Non è l’Inter ad individuare un territorio nel quale istituire la propira academy, è infatti una società, quale può essere la FSS prima citata ad acquistare il brand del club europeo ed utilizzarlo per attrarre maggiori clienti che possono essere scuole o famiglie. Ad esempio, il brand Inter per l’Academy dello Sichuan è stato acquistato dalla Wifa, academy che ingaggiava allenatori stranieri per poi mandarli a lavorare nelle scuole e negli asili di Chengdu e Chongqing. Allo stesso modo, la prima JAcademy aperta a Shanghai riguardava l’acquisizione del band bianconero da parte di una società chiamata Lingang.

In queste academy pero non lavorano allenatori italiani provenienti dal mondo Inter o Juventus. Come ci è stato confermato dalle nostre fonti, nell’Inter Academy a Pechino vi sono coach cinesi ed alcuni stranieri, mentre in quella a Shanghai vi erano addirittura degli olandesi. In fin dei conti, in queste costose academy, i bambini vestiranno pure il completino dei grandi club europei, ma in questo caso l’abito non fa il monaco: se si viene allenati da allenatori cinesi spesso mal formati, o da stranieri che hanno appena un patentino Uefa C o B, spesso senza alcuna nozione del contesto culturale nel quale esercitano, il risultato non può che essere deludente.

E’ ovvio che poi in questi sistemi, in alcuni periodi dell’anno vengono organizzate sessioni di allenamento o clinics con il personale di Inter e Juventus ed anche progetti di interscambio, ma l’obiettivo di questi club non è certamente quello di far crescere il talento, bensì di vendere il proprio marchio per diversi milioni di euro, mentre per chi acquista, lo scopo è di avere maggiori entrate da parte di scuole o genitori benestanti.

 

Conclusioni

Tom Byer, consulente allo sviluppo giovanile della Chinese Football Association in un’intervista rilasciata dopo l’ingaggio, ha dichiarato che la Cina avrebbe cominciato a crescere una volta ottenuti risultati con le Nazionali giovanili, ma anche in questo caso siamo lontanissimi da qualsiasi risultato positivo, dato che le rappresentative U16, U19 ed U23 negli ultimi quattro anni non sono mai andate oltre alla fase a gironi nelle Coppe d’Asia di categoria.

Tom Byer sostiene che il calcio deve iniziare a casa, con il bambino che dall’età di 3-4 anni, con l’aiuto dei genitori, si approccia al pallone e sviluppa le proprie abilità individuali. Dunque  non è alla Nazionale che bisogna guardare, ma a quei bambini che sono in età d’asilo o nei primi anni di scuola primaria, è da loro che la Cina deve partire da zero per la creazione di una cultura calcistica.

Solo una volta che vedremo i bambini cinesi giocare liberamente negli spazi aperti allora si potrà sperare di ottenere risultati nelle competizioni giovanili e negli anni successivi anche per la Nazionale Maggiore. La Cina non deve avere fretta di crescere ed accelerare in maniera malsana il processo andando ad intaccare il professionismo e la Chinese Super League con riforme contraddittorie. Seguendo il detto di Confucio:  “Se pianifichi per cent’anni, educa i bambini”.

Un mio amico di Pechino mi manda una doto: due ragazzi in un piazzale, al tramonto, rincorrono un pallone. Forse c’è speranza.