Nel corso degli ultimi quindici anni abbiamo assistito all’ascesa di nuove potenze nel panorama calcistico mondiale, che hanno provato a scalfire l’egemonia dell’Europa. Se, almeno per il momento, le ambizioni di Russia e Cina si sono scontrate con le difficoltà di allestire un campionato nazionale di livello e di riuscire a competere nei tornei internazionali, nel mondo arabo, gli Emirati e soprattutto il Qatar si sono posti come realtà forti, grazie alle acquisizioni di Manchester City e PSG, da una parte, e all’assegnazione della Coppa del Mondo a Doha, dall’altro. Ma recentemente accanto a questi attori ne stanno emergendo altri con una forza economica comparabile, come ad esempio l’Arabia Saudita.

Lo scorso 17 gennaio a Jeddah, città costiera della monarchia del Golfo, si è disputata la Supercoppa italiana tra Juventus e Milan (1-0 per i bianconeri), preceduta in Italia da innumerevoli polemiche, che si sono concentrate soprattutto sull’omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi in Turchia e sopratutto sul fatto che gran parte dello stadio in cui si sarebbe tenuta la partita sarebbe stato precluso alle donne.

Ma la Supercoppa italiana è solamente uno dei tanti tasselli della nuova strategia sportiva dell’Arabia Saudita, che si è unita al largo novero di stati che sta provando a utilizzare il calcio (e non solo) come mezzo di rinnovamento socio-economico e arma di soft power diplomatico. Il Gran premio di Formula E, la Royal Rumble della WWE, l’amichevole fra Argentina e Brasile, l’approdo nel campionato saudita di Sebastian Giovinco, l’acquisizione di un club di calcio in Egitto e le ambizioni di rinnovare l’assetto del calcio a livello globale con l’organizzazione della nuova Coppa del Mondo per club, sono solamente alcune delle questioni che recentemente hanno messo l’Arabia Saudita al centro della mappa geopolitica a livello sportivo.

La spinta propulsiva dietro questo nuovo interesse dell’Arabia Saudita nei confronti dello sport viene in particolare da due personaggi particolarmente potenti all’interno della monarchia del Golfo. E cioè il principe ereditario Mohammed Bin Salman (che forse ricorderete a Russia 2018 seduto assieme a Vladimir Putin e Gianni Infantino nella gara inaugurale del torneo), da cui è partita la spinta che vorrebbe proiettare l’Arabia Saudita verso la modernità, e il ministro dello sport saudita Turki Al Sheikh.

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